Per la terza volta di fila, il Mondiale l'Italia l'ha guardato dagli altri. Nel 2018, nel 2022 e quest'anno, a marzo, a Zenica, quando la Bosnia l'ha eliminata ai calci di rigore nella finale degli spareggi, dopo centoventi minuti finiti uno a uno. Tre volte. Dodici anni senza un Mondiale giocato sono una generazione intera di pedatori azzurri che la grande festa l'ha vista soltanto in televisione, come noi.
Una ragione, la più ostinata, ha la forma di un numero. Nell'anno 2025, secondo l'osservatorio CIES, i giocatori under 21 convocabili per la Nazionale hanno giocato in Serie A l'1,9 per cento dei minuti: quarantanovesimo posto su cinquanta campionati osservati, dietro anche alla Premier League, ferma al 2,4. La relazione della Federcalcio di aprile dice che la Serie A va in campo con un'età media di ventisette anni, l'ottava più vecchia d'Europa. E il ReportCalcio della stessa Federazione, sulla stagione 2023/24, assegna agli italiani under 21 meno dell'1 per cento dei gol, contando gli attaccanti. Su cento gol, nemmeno uno.
Da luglio la Nazionale è tornata a Roberto Mancini, che alle prime convocazioni di settembre ha chiamato trentaquattro giocatori, con nove volti nuovi; il più giovane dei nuovi convocati, il portiere Massimo Pessina, è del 2007. A Bursa, il 28 settembre, contro la Turchia, Michael Kayode, classe 2004, ha esordito con un gol e un assist, e l'Italia ha vinto quattro a uno. È una rondine. Se farà primavera, lo diranno le domeniche di campionato, non le serate della Nazionale.
Scendiamo in valle, dove il giuoco è un altro e la domenica pure. In Emilia-Romagna, dall'Eccellenza in giù, quest'anno nessuna regola obbliga le società a mettere in campo i giovani: lo ha stabilito il Comitato regionale col Comunicato ufficiale numero 1 del 6 luglio. L'unico obbligo, in Prima Categoria, è avere almeno una squadra di ragazzi iscritta a un campionato giovanile, o pagare la sanzione. In campo, ognuno manda chi vuole. Ergo, nessuno li obbliga.
Eppure i ragazzi giocano e segnano. In questo campionato le nostre sei squadre hanno fatto quindici gol, e sei li hanno firmati giocatori sotto i ventitré anni: il quaranta per cento, contro il ventinove di tutta la stagione scorsa, quando furono cinquantadue su centosettantotto, fra i gol di cui l'archivio conosce l'età del marcatore. Il più giovane in gol è Edoardo Magrini del Vallesavio, diciannove anni, che in casa dell'Alfero ha deciso il derby al quarto minuto di recupero. E la Due Emme, che in Prima Categoria ha sette punti e nessun gol subito, ha segnato soltanto con due ragazzi di ventun anni, Massimiliano Ceredi e Giacomo Pungelli.
Sarebbe bello scrivere che da noi comandano i burdèl. Non è così, e i numeri lo dicono senza fare sconti. Nove gol su quindici restano dei più grandi; chi segna ha in media quasi ventisei anni, come l'anno scorso; gli under 21 sono scesi dal diciannove al tredici per cento; e quindici gol sono un campione piccolo, che basta una domenica a rovesciare. Ad Alfero, poi, i gol dei giovani non si sono visti: nessuno di un under 23, né quest'anno né in tutta la stagione scorsa.
Epperò il confronto con la Serie A, fatto con onestà, resta impietoso. Nella stagione scorsa, dalle nostre squadre, i gol degli under 21 sono stati trentaquattro su centosettantotto, il diciannove per cento; in Serie A gli italiani under 21, nel 2023/24, sono rimasti sotto l'uno per cento, contando gli attaccanti. Non sono due misure gemelle: le stagioni non coincidono, da noi si contano tutti i ragazzi senza guardare il passaporto, e fra un campo di Terza Categoria e uno stadio di Serie A corre qualche differenza. Ma il senso non cambia. Dove nessuna regola li impone, i ragazzi giocano; dove ci sarebbero i mezzi per crescerli, li si aspetta.
Forse è soltanto che nei paesi, quando manca un terzino, si guarda chi c'è, e chi c'è, sovente, ha diciannove anni. Nessuno li obbliga: per questo, quando segnano, valgono doppio.