Di tutti gli uomini che stanno attorno a un campo di calcio, l'allenatore è il solo che il pallone non lo tocca mai. Guarda, chiama, indica col braccio teso, si siede e si rialza, e intanto il giuoco gli scorre davanti come il fiume davanti a chi sta sulla riva e non può bagnarsi: ogni idea avuta in settimana, ogni parola detta nello spogliatoio, la domenica la consegna ai piedi di altri, e da quel momento non gli appartiene più. Undici corrono. Lui aspetta.
Ab ovo, codesto mestiere non c'era. Nei primi anni la squadra la mettevano insieme il capitano e qualche dirigente di buona volontà. D'Inghilterra vennero poi i trainer, uomini che avevano giocato e sapevano insegnare. Nel 1912 il Genoa prese William Garbutt, che in patria era stato professionista, e i giocatori, secondo la tradizione, presero a chiamarlo «mister»: la parola ci è rimasta addosso, e il vocabolario Treccani la registra appunto così, l'allenatore di una squadra di calcio. Da allora ogni burdèl di Romagna, al primo allenamento, impara che l'uomo con la lavagna si chiama mister, e non ne domanda il perché.
Il resto lo hanno scritto i grandi. Il giuoco Vittorio Pozzo l'aveva conosciuto da giovane in Inghilterra, e da commissario tecnico della Nazionale vinse due Mondiali, nel 1934 e nel 1938: nessun altro, alla guida di una nazionale, c'è riuscito. Nereo Rocco, triestino che tutti chiamavano el Paròn, fece del catenaccio e del contropiede una dottrina, prima a Padova e poi al Milan, con cui vinse due Coppe dei Campioni. Helenio Herrera, il Mago dell'Inter, che di Coppe dei Campioni ne vinse altre due, riempiva lo spogliatoio di cartelli con le sue massime, come un predicatore che non si fida della memoria dei fedeli. Nils Liedholm, il Barone, vinceva con la calma: lo scudetto della stella col Milan nel 1979, quello della Roma nel 1983, sempre con l'aria di chi la sa lunga e non ha fretta di dirla.
E poi c'è Arrigo Sacchi, che è romagnolo di Fusignano e ci riguarda da vicino. Lavorava nel calzaturificio di famiglia e intanto allenava i dilettanti, come si fa da noi; da professionista non aveva mai giocato, e a chi glielo rinfacciava rispose, con una frase che lui stesso ha ripetuto più volte, che per diventare fantino non occorre essere stati cavalli. Col Milan vinse due Coppe dei Campioni. Ubi maior, si dirà: epperò il punto di partenza era una panchina di provincia.
Il successo, per un allenatore, ha sovente il sapore della rivincita. Nell'estate del 1982 Enzo Bearzot andò al Mondiale di Spagna fra critiche aspre, e dopo il primo turno la squadra scelse il silenzio stampa; lo vinse, e sull'aereo del ritorno giocò a scopone con il presidente Sandro Pertini, Dino Zoff e Franco Causio. A noi pare che quella partita a carte, più della coppa, dica che cosa resti a un uomo dopo un mese col peso di un Paese sulle spalle: la voglia di sedersi, finalmente, e di giocare.
La retrocessione è un'altra faccenda. Di colpevoli ce n'è sempre più d'uno, ma il primo nome che si pronuncia è il suo, perché Eupalla, che dei rimbalzi è padrona capricciosa, non risponde alle domande e qualcuno deve pur farlo. E l'esonero, quando viene, viene all'indomani di una sconfitta, con una telefonata o un caffè, e l'uomo che la sera prima preparava la partita dopo si ritrova in macchina sulla strada di casa, la stessa di ogni sera, che d'un tratto pare più lunga. Vae victis, dicevano i latini; nel calcio il vinto porta quasi sempre la tuta della società.
Nelle nostre valli il mestiere ha un'altra misura. Il mister dei paesi di giorno fa un altro lavoro, e la sera, quando gli altri cenano, è al campo a contare chi c'è e chi il lavoro ha trattenuto. Nel nostro archivio, dal 2006/07 a oggi, sulle panchine delle sette squadre del giornale si contano 53 cambi d'estate su 111 occasioni confrontabili e 46 nomi diversi; la panchina più lunga è durata dieci stagioni di fila, a Bagno. Quasi una volta su due, d'estate, si ricomincia da capo: restare non è affatto scontato.
In settimana due panchine si sono svuotate. Il Ranchio, il 13 ottobre, ha annunciato la fine del rapporto con il suo allenatore «di comune accordo», per «sopraggiunti impegni lavorativi e personali», e ha affidato la squadra al vice; il giorno dopo la Bagnese ha comunicato, anche lei «di comune accordo», la separazione dal mister arrivato quest'estate. Qui ci basta dire grazie a chi è partito e buon lavoro a chi resta, perché dietro ogni comunicato c'è un uomo che la sera torna a casa, e quello che prova lo sa lui solo.
La gloria, quando c'è, si divide in undici. Il mister vince con gli altri e perde da solo.